Breve nota storica
La
stampa alla gomma bicromata nasce nella seconda metà dell’Ottocento, grazie agli studi di pionieri fotografi in un periodo in cui la fotografia stava vivendo una fase di intensa sperimentazione tecnica.
Mungo Ponton inventore scozzese scoprì la caratteristica della fotosensibilità del bicromato di potassio.
Presentò le sue scoperte alla Scottish Society of Arts ma non tentò di brevettare il suo processo fotografico .
La sua posizione rispecchiava una visione di una ricerca condivisa, in un periodo in cui la fotografia stava ancora definendo la propria identità scientifica e artistica. Tra coloro che seppero trasformare la scoperta di Ponton in un terreno fertile per nuovi metodi di stampa spicca il francese
Alphonse Poitevin, figura chiave nell’evoluzione dei procedimenti ai bicromati.
Mentre i procedimenti a sviluppo argentico si affermavano come strumenti affidabili per la riproduzione del reale, molti autori iniziarono a sentire l’esigenza di emancipare il linguaggio fotografico dalla pura funzione documentaria, cercando processi capaci di restituire un’immagine più vicina alla sensibilità pittorica.
È in questo clima che la
stampa alla gomma bicromata trova il suo spazio, diventando presto un mezzo espressivo privilegiato dai
fotografi pittorialisti.
La possibilità di ottenere stampe a colori ben prima dell’avvento dei moderni processi cromogeni contribuì al fascino della tecnica, che trovò interpreti significativi in Europa e negli Stati Uniti.
La riscoperta della stampa alla gomma: un percorso condiviso
Negli ultimi anni in cui insegnavo alla
Scuola Romana di Fotografia avevo ideato una Masterclass dedicata all’approfondimento delle tecniche di stampa analogica già affrontate dagli studenti durante il triennio.
L’obiettivo era far emergere da ciascun allievo un progetto personale di ricerca, dove tecnica di stampa manuale e linguaggio fotografico dialogassero tra loro, così che idea e pratica si influenzassero a vicenda, rendendo il percorso sperimentale, consapevole e coerente.
Tra gli iscritti figurava
Laura Corrado, una studentessa particolarmente motivata, già diplomata alla Scuola e con alle spalle anche una formazione all’Accademia delle Belle Arti.
Fu lei a propormi di studiare insieme la
stampa alla gomma bicromata, che conoscevo da un punto di vista teorico ma che non avevo mai sperimentato direttamente.
L'idea mi piacque molto, ma si presentarono subito due ostacoli significativi.
Il primo riguardava il tempo: dovevo seguire contemporaneamente studenti impegnati in tecniche diverse, ciascuna con esigenze specifiche.
Il secondo era legato al bicromato, il sensibilizzante tradizionalmente utilizzato per questo procedimento: una sostanza altamente tossica e ormai vietata, che la scuola non avrebbe potuto smaltire in sicurezza.
Non era mai accaduto prima che un’allieva mi proponesse un percorso di ricerca condiviso; tuttavia, in quelle condizioni, non fu possibile avviare la sperimentazione.
Qualche anno più tardi, dopo il lungo periodo di lockdown e a seguito delle conseguenze della pandemia, la Scuola Romana di Fotografia, dove avevo insegnato per quasi vent’anni, chiuse definitivamente.
Fu allora che ripensai alla proposta di
Laura. Così, circa quattro anni fa, decidemmo di riprendere quel progetto, questa volta nel mio laboratorio,
Fine Art Zone, in zona Montesacro a Roma.
Nel frattempo
Laura aveva frequentato un seminario proprio sulla
stampa alla gomma, scoprendo che alcuni sperimentatori avevano sostituito il bicromato con un sensibilizzante molto più sicuro: il
Diazo.
La sua familiarità con pigmenti e acquerelli, maturata negli studi accademici, si rivelò preziosa, per la gestione e l'acquisto dei colori.
Per me rappresentava l’occasione di confrontarmi, dopo anni di pratica sulle tecniche alternative di stampa che restituiscono meravigliose tonalità monocromatiche:
Cianotipia, Van Dyke, Carta salata e stampa Platino/palladio, con una procedura che permette di ottenere stampe policrome.
Si parte da un’immagine digitale invertita in negativo, oppure dalla scansione di un negativo colore.
Attraverso Photoshop il file viene separato nei quattro canali
CMYK (ciano, magenta, giallo e nero), si generano quattro negativi diversi, uno per ciascun colore.
Questi vengono poi stampati su
acetati specifici (negativi digitali) utilizzando stampanti digitali ad alta risoluzione.
Dal momento che la stampa si realizza per contatto, il formato del negativo sarà lo stesso della stampa.

La tecnica: una sintesi tra fotografia e pittura
Nella
stampa alla gomma il colloide utilizzato è la
gomma arabica (che ha la caratteristica rispetto alla gelatina di essere solubile in acqua) alla quale vengono addizionati i pigmenti colorati o gli acquerelli.
I quattro colori utilizzati sono
: nero magenta giallo e ciano, ciascun colore rappresenterà uno strato da esporre con il negativo corrispondente.
Ogni pigmento viene miscelato con estrema cura con
gomma arabica diluita in acqua distillata; a questa miscela si aggiunge il sensibilizzante
: il
Diazo, anch’esso diluito, solitamente in rapporto 1:1.
La scelta dei pigmenti influenza profondamente il risultato estetico: toni più delicati restituiscono un’immagine morbida e rarefatta, mentre pigmenti più saturi permettono un carattere più incisivo.
Personalmente prediligiamo una resa tenue, anche se ogni soggetto può suggerire combinazioni cromatiche differenti.
Il primo esperimento, dedicato alla calibrazione della quantità di pigmento nella
gomma arabica, è stato condotto con il colore
nero, il più scuro, per verificare che, dopo l’esposizione, non macchiasse la carta nelle zone non sensibilizzate.
La carta, 100% cotone opportunamente scelta in base alla
stabilità dimensionale, viene ricoperta con una spugna o con un pennello con la soluzione di
pigmento addizionato alla
gomma e al
Diazo.
Una volta asciutta,la carta è posta a contatto con il negativo corrispondente all’interno di un torchietto.
L’esposizione alla
luce solare o ad una lampada a
raggi UV indurisce la gomma nelle aree colpite, cioè nelle zone trasparenti del negativo, mentre le parti non esposte, corrispondenti alle aree scure, rimangono solubili e vengono successivamente lavate via per semplice immersione in acqua.
Ripetendo questo processo per ogni colore e sovrapponendo con precisione i vari strati si ottiene un’immagine policroma dal carattere fortemente pittorico, sempre diversa e irripetibile.
L’aspetto più complesso dell’intero processo è la
messa a registro dei negativi, tra i diversi passaggi, per avere una immagine finale perfettamente nitida.
Per garantire un allineamento preciso utilizziamo un visore che ci permette di controllare con accuratezza la sovrapposizione dei negativi nella realizzazione dei vari strati.
Per dare maggiore densità alle ombre e più profondità all'immagine è possibile combinare la
stampa alla gomma con altre tecniche, per esempio abbiamo sostituito il colore
ciano con la
Cianotipia, e talvolta usato la
stampa al Platino-Palladio piuttosto dello strato del
nero.
Il nostro studio prosegue ancora oggi, ma i risultati raggiunti finora ci sembrano già significativi e degni di essere condivisi.


Desidero ringraziare
Laura, che da allieva è diventata collega e amica di tante giornate di sperimentazione: la sua curiosità e la sua competenza hanno reso possibile un percorso di ricerca che continua a regalarmi entusiasmo e ispirazione.
Le tecniche alternative di stampa, fondate sull’artigianalità del processo, reinvestono l’immagine di una presenza corporea,
un'opera unica e irripetibile restituendole quella singolarità esperienziale che il paradigma digitale tende a dissolvere nella riproduzione infinita.
Tags: ricerca , work in progress, fotografia pittorica